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Bibliografia

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  • Lo Faro Giuliana, Pasquale Rizzoli. Sculture del Novecento tra Accademia e Modernismo., Collana Arte e Storia, 0, Comune di Bologna, Bologna, 2006
  • Lo Faro Giuliana, Certosa monumentale di Bologna : un museo a cielo aperto : ricerca e catalogazione di alcune sculture di Pasquale Rizzoli., 0, 2004
  • Raule Angelo, La Certosa di Bologna, 0, Arnaldo Nanni, Bologna, 1961
  • Pesci Giovanna (a cura di), La Certosa di Bologna. Guida, 0, Editrice Compositori, Bologna, 2001
  • Pesci Giovanna (a cura di), La Certosa di Bologna. Immortalità della memoria, 0, Editrice Compositori, Bologna, 1998
  • Panzetta Alfonso, Dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento, 0, Allemandi & C., Torino, 1990


  • biblioteca digitale

    Pasquale
    Rizzoli

    Bologna, 1871 - Bologna, 1953

    La situazione generale della ricerca plastica in Italia negli ultimi vent’anni dell’Ottocento si può sintetizzare nella coesistenza di alcuni fondamentali fenomeni artistici. Da una parte troviamo gli esiti del realismo, dall’altra coloro che portano avanti la ricerca sul rapporto luce-atmosfera. Tra questi due estremi agiscono quegli scultori che, proseguendo sulla linea della tradizione accademica, inclinano verso un realismo più eclettico allineandosi successivamente al clima simbolista e liberty di marca internazionale. Nella filiera degli artisti emiliani formatisi presso l’Accademia bolognese a cavallo tra il XIX e il XX secolo alcuni sceglieranno proprio la via del liberty, con risultati a volte emblematici. Un'ulteriore riflessione si impone in merito alla scultura funeraria. Nel corso del XIX e del XX secolo, a differenza di quanto accadeva nei secoli precedenti, per gli scultori bolognesi le opportunità di lavorare al di fuori della Certosa divennero sempre più rare; pochissime sono le opere realizzate per la città civile e ciò è valido non solo a livello nazionale quanto europeo.

    Pasquale Rizzoli nasce a Bologna il 9 Aprile 1871. La famiglia - di noti commercianti - lo avvia agli studi d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna su consiglio dello scultore Carlo Monari. Diviene allievo del livornese Salvino Salvini il quale, rigoroso come scultore e come insegnante, infonde ai suoi allievi il basilare concetto della monumentalità, che così bene sarà espresso nelle opere del Rizzoli. Alla sua formazione artistica contribuiscono inoltre la partecipazione ad Esposizioni di respiro internazionale come quella Emiliana, tenutasi a Bologna nel 1888 o quella di Milano del 1906, e la presenza ai concorsi locali, come quello per il premio Cincinnato Baruzzi o quello indetto dal Comune per i rilievi della Montagnola. E’ in questi anni che il Rizzoli incontra Adelinda Serra Zanetti, che diverrà sua moglie nel Maggio del 1896.

    Le opere realizzate dal nostro autore per la Certosa spiccano oltre che per il numero, per la qualità artistica raggiunta. In ritratti come quelli eseguiti nel Chiostro VII tra gli anni 1888-1890 per i monumenti sepolcrali Poggi, Ambrosi, Minelli e per la propria tomba di famiglia è facile riscontrare la formazione accademica verista, pur con degli accenti emozionali del tutto originali. Altri due monumenti presenti nello stesso chiostro, Possenti-Vecchi e Stanzani, testimoniano uno stile che al forte realismo dei ritratti contrappone la ricca decorazione dei particolari. Con il monumento Cattani del 1897, Pasquale Rizzoli conquista il consenso del pubblico e intraprende quel percorso di maturazione stilistica che avrà come esito la realizzazione del grande marmo Ronzani (1904). Agli inizi del nuovo secolo l’interpretazione accurata e genuina del ritratto marmoreo, come si evince dal monumento Trizza, procura al Rizzoli le prime commissioni da parte del Comune per i ritratti di uomini illustri, attualmente non più visibili nella loro collocazione originaria, al Pantheon della Certosa. Per le opere in bronzo si dovrà aspettare il 1903 anno in cui lo scultore bolognese realizzerà quella che senza dubbio è la sua opera più celebre, il grande monumento commemorativo dell’8 Agosto 1848. Verso la fine del 1906 viene portato a termine dal Rizzoli il gruppo bronzeo voluto dalla vedova del giovane Natale Magnani. Chiaro esempio di raffinato liberty, con quest'opera, che pure tratta un tema di diffusa consuetudine, l'autore crea un vero capolavoro. Altre due opere presenti in Certosa e facenti pienamente parte della produzione liberty-floreale dell'autore, ci offrono un esempio di come egli riesca a ricavare dal marmo o ad imprimere nel bronzo gli aspetti più significativi di questo linguaggio internazionale. La prima, il magnifico gruppo bronzeo della cella Melloni risale al 1909. Due gradini in serpentino, materiale prediletto dal nostro scultore, fanno da basamento alla rappresentazione del dolore, figura senile protesa ai piedi della croce.

    Il secondo, il bel nudo marmoreo della cella Pizzoli (1910), rappresenta invece il "genio del fuoco" (o allegoria del fosforo), che come un michelangiolesco Prigione, avviluppato tra i torti rami di un melograno, guarda compiaciuto le fiamme che si sprigionano dai suoi piedi con la malizia di chi sa di poterle governare. L'opera fu commissionata dal figlio di Gaspare Pizzoli, promotore dell'uso del fosforo per la fabbricazione dei fiammiferi.

    Le opere di piccolo formato ed i ritratti realizzati intorno agli anni Dieci sono caratterizzati dal linguaggio già sperimentato nella scultura monumentale come testimoniano i monumenti Callegari, Reggiani, Galliani in Certosa e il busto dell'ing. Zannoni al Museo Archeologico. Nel 1912 con la realizzazione del grande monumento in bronzo e serpentino eretto in memoria di Pompeo Baroni, lo scultore bolognese mostra l’adesione al linguaggio fortemente plastico e volumetrico di Adolfo De Carolis che a partire dal 1911 affrescherà a Bologna il Salone del Podestà a Palazzo Re Enzo. All’epoca “Il Resto del Carlino” commentò con queste parole l’opera del Rizzoli: “Il monumento è un'allegoria dell'agricoltura. Dal campo incolto e sterile si giunge all'abbondanza mediante l'azione dell'uomo, che lavora il terreno per renderlo fecondo, ispirato dal genio agreste”. Nello zoccolo è inciso il motto latino, tratto dalle Georgiche, “Fundit humo facilem victum iustissima tellus” (la terra ben curata produce sul suolo abbondante nutrimento). Analizzando l'opera da vicino si intuisce il desiderio di coerenza con le precedenti esperienze realiste. Il michelangiolesco studio anatomico e l’attenzione per la posa, si fondono qui con una rappresentazione del corpo umano che ha come obiettivo l’aderenza al vero.

    Negli anni successivi esperienze integralmente liberty si alterneranno ad opere di ispirazione Decarolisiana. Nel '15 il Rizzoli realizza il monumento eretto in memoria di Girolamo Gioannetti. Il "Buon Pastore", che rappresenta Cristo con il gregge, rimanda dialetticamente alle opere eseguite in quegli anni a Bologna da Leonardo Bistolfi. La presenza del grande scultore piemontese, al quale il Comune aveva commissionato nel 1908 l’esecuzione dell’ara commemorativa di Giosuè Carducci, non passa certo inosservata agli artisti locali. In questo senso il Rizzoli deve essere considerato uno degli artisti bolognesi maggiormente recettivi. Contemporaneamente l’artista ci propone figure fortemente plastiche ed imponenti come quelle del monumento Zanetti-Cassinelli (1920): il gruppo bronzeo si staglia su uno sfondo di mosaico azzurro con il motivo centrale di una croce dorata. Agli stessi anni sembra risalire la commissione privata di un'altra celebre opera del nostro scultore il "Genio della Bonifica", di cui una copia autografa venne collocata nella Piazza del Quadrato di Latina, dove risulta tuttora visibile.
    Nel monumento Giordani ancora del 1920, Rizzoli impiega la tecnica dello stiacciato, rendendo l'immagine di sfondo appena percettibile. Il rilievo in bronzo rappresenta l’anima abbandonata tra le braccia dell’angelo che lo trasporta in cielo. La forte sensualità dell’opera nulla toglie al valore morale del tema trattato. Al centro del monumento vi è il busto di Giulio Giordani, “primo martire della rinnovata Italia”.

    Altra opera legata al liberty è il rilievo bronzeo del sepolcro Gardi. Nella parte superiore la figura di Cristo è realizzata ancora una volta in stiacciato; mentre la parte inferiore, splendido esempio di scultura floreale con due figure femminili inginocchiate a reggere la corona di spine, è realizzata in altorilievo. Di forte ispirazione bistolfiana è ancora il busto Ghelli (1924) che, con la presenza di diversi materiali, sottolinea la versatilità tecnica di questo artista. Sul bordo della mensola semicircolare, su cui sono incise le parole “Ego sum resurectio et vita”, è collocata la testa bronzea del Cristo, “Ecce Homo”, su un fondo di mosaico ocra e oro, realizzato con tessere triangolari per accrescere l'effetto di luminosità. Nel sepolcro Trentini, con la monumentale statua dell’Angelo che raccoglie l’albero della vita spezzato, gli elementi decorativi liberty si accordano con l’imponenza della figura centrale, rendendo nuovamente evidenti i riferimenti al linguaggio pittorico del De Carolis. Nel bronzo realizzato per la famiglia Tassinari il nostro autore dimostra una volta in più di aver metabolizzato gli insegnamenti accademici ed aver elaborato in modo del tutto personale la lezione liberty. In particolare si ha la sensazione che le figure delle due dolenti siano come immerse in un'atmosfera fluida. Ciò che è corporeo tende a diventare incorporeo, com'è evidente nei panneggi che svaniscono sullo sfondo. Anche nel trattamento superficiale vi è qualcosa di indefinito ed evanescente. Un’opera ancora sospesa tra simbolismo e linguaggio plastico è la luminosa cella Bartolini (1925), che può essere considerata una tra le opere più affascinanti del nostro scultore. Un'armoniosa figura femminile girata di spalle, è piegata su un sarcofago nell'atto del compianto. La schiena è nuda ed un panneggio copre fianchi e gambe. La scultura in marmo bianco spicca su uno fondo di mosaico d’oro, rilucente. Il monumento Ferrari del 1928 è caratterizzato nuovamente dall'uso dello stiacciato. Dal punto di vista stilistico l’opera racchiude in se tutti gli elementi della produzione matura dall’autore. Nel quarto decennio del secolo lo scultore verrà assorbito oltre che dalla realizzazione di opere private per la Certosa anche dalla commissione di importanti opere pubbliche come i medaglioni bronzei commemorativi dei lavori per la Direttissima Bologna -Firenze o le due imponenti sculture fuse per l'ingresso principale del nuovo Ospedale C.A.Pizzardi, in località Bellaria. Nel 1940 Pasquale Rizzoli realizza il monumento Generali. In questa allegoria dell'Agricoltura, la resa plastica è amplificata dall'uso per lo sfondo di un mosaico a tessere ceramiche, più opache e regolari di quelle in vetro. Lo scultore bolognese, in questa che può considerarsi un'opera tarda, utilizza una policromia insolita con l’inserimento tra i materiali di una pietra rosata. Nell'insieme vi è una compostezza nuova, forte e simbolica. Nelle opere degli ultimi anni, pur mantenendo gli ormai immancabili elementi decorativi, vengono sacrificate la fluidità e l'evanescenza che caratterizzavano le sculture di gusto liberty.

    Gli ultimi decenni della vita del Rizzoli, che muore a Bologna nel 1953, sono caratterizzati da una difficile dicotomia: se da un lato egli cerca ancora l’impegno nella scultura, dall’altro si rende conto che i gusti del pubblico non sono semplicemente cambiati ma sono divenuti, a suo giudizio, discutibili e gradualmente assume un atteggiamento critico verso le nuove tendenze artistiche. La motivazione di questo mutamento va cercata principalmente nella volontaria assenza di rinnovamento, dovuta sia al forte legame con la committenza che alla precoce rinuncia all’esposizione di opere “personali”.

    Ciò nulla toglie al ruolo fondamentale che egli ebbe nel panorama artistico bolognese della prima metà del XX secolo, né tanto meno al fatto che, attraverso una ricca e pregiata produzione scultorea, egli riuscì ad analizzare e rielaborare di volta in volta i differenti linguaggi artistici diffusi in quegli anni, con un’elevata e originale capacità di sintesi.


    Giuliana Lo Faro

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